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La ricchezza e i poveri

Attualizzare il messaggio - Commento alle letture della 25a domenica ordinaria, 22 settembre 2013

di Luigino Bruni

pubblicato su Servizio della Parola di settembre 2013

Servizio-della-parolaIl grido del profeta Amos, come accade spesso con i profeti biblici (e con tutti i profeti e i carismi), ci invita con forza a riflettere, e poi ad agire, su alcune forme di ingiustizia antiche, profonde e gravi della storia dell'uomo. Amos parla di mercanti e di poveri, di commercianti e di schiavi, e, aspetto molto importante e di estrema attualità, mette gli uni (i mercanti) in rapporto agli altri (poveri-schiavi), a ricordarci che la povertà non è uno status individuale o una faccenda privata dei poveri, ma dipende anche, e oggi soprattutto, dalla incapacità di produrre ricchezza, da modi sbagliati di arricchirsi, dalla non condivisione.

Quindi esiste un legame, reale e profondo, anche se non sempre facile da vedere, tra il mercante che trucca e falsifica i pesi, e il povero venduto per "due sandali" (un'equivalenza che ha trovato conferme in alcuni scavi archeologici in Terrasanta). La schiavitù e la servitù non sono scomparse, nella loro sostanza, dalla faccia della terra: ancora oggi si vendono persone per "un paio di sandali", nelle troppe fabbriche dove ancora si "consumano" persone a scopo di lucro, ma anche nelle nuove imprese che comprano con alti stipendi e benefit giovani brillanti, che così diventano proprietà della loro impresa, che decide orari, feste, famiglia, libertà. 

Come non è scomparsa la povertà, o meglio, non è scomparsa l'indigenza o l'esclusione (non amo molto usare la parola povertà, che anche parola del vangelo e dei carismi, solo come una piaga dell'umanità), che oggi come ieri sono alla radice di ogni schiavitù e servitù. La miseria e l'indigenza sono - come ci ricorda il grande economista e filosofo indiano Amartya Sen – il non essere nelle condizioni di poter svolgere la vita che si ama, per se stessi e per i propri cari.

La povertà che oggi colpisce le società opulente come quelle europee presenta nuove forme, come l'esclusione dalla vita pubblica, il disagio mentale (in grande aumento), sacche di immigrati non integrati, nuove forme di dipendenza come quelle dal gioco d'azzardo, autentica epidemia che colpisce soprattutto i ceti medio-bassi della nostra società. Queste nuove forme di povertà hanno in comune la caratteristica di essere, prima di tutto, una povertà relazionale: non è tanto, o soprattutto, una povertà dovuta alla mancanza di reddito, e anche quando si presenta come povertà di reddito e di ricchezza la sua radice e quindi la sua cura non si trova nell'ambito economico, ma in quello relazionale e quindi sociale. Per questo, la prima cura della povertà è sempre una cura di relazioni, da quelle famigliari a quelle politiche: la povertà non è uno status individuale, ma un insieme di relazioni malate. La prima cura di ogni forma di povertà è un rapporto di fraternità e di reciprocità. In economie semplici, di sussistenza, dove i popoli uscivano da forme di miseria endemiche, e dove le relazioni famigliari e comunitarie erano forti e stabili (anche se magari inique: pensiamo al ruolo della donna), per fare uscire le persone dalle trappole di povertà era necessario prima di tutto aumentare reddito pro-capite, beni pubblici (sanità, infrastrutture, case ...), e beni meritori (l'educazione e la scuola in un modo tutto speciale).

Oggi in un'epoca in cui il bene più fragile è il bene relazionale, se non si curano e Intestaz querinianaricostruiscono relazioni, gli interventi in termini di reddito, beni pubblici e meritori restano spesso inefficaci - come tanti decenni di aiuti pubblici, anche in Europa, ci stanno mostrando. Occorre cambiare. I carismi, in particolare, dicono che prima della povertà (come categoria) esistono i poveri, e senza l'incontro con la persona del povero, la povertà non si cura - al massimo la si può gestire, immunizzandosi da essa. La fraternità francescana ha un momento fondativo quando Francesco abbraccia e bacia il lebbroso di Assisi. La cura tipica della fraternità non è mai immune, ma si lascia contaminare dal povero, che quindi diventa veramente fratello. Solo i carismi sollevano veramente, ripetendo nei secoli 'Il Magnificat', e in modo sostenibile e duraturo, "dalla polvere il debole, dall’immondizia rialza il povero, per farlo sedere tra i prìncipi, tra i prìncipi del suo popolo".

Inoltre, oggi una grave forma di povertà, in Europa e in Italia, è la disoccupazione, soprattutto quella giovanile. Non è certamente un caso che in Italia abbiamo posto il lavoro come pietra angolare della Repubblica italiana. Sono molti i significati del primo articolo della nostra Costituzione repubblicana: "L'Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro". Si sarebbero potute scrivere in quel posto speciale altre parole alte, come libertà, giustizia, uguaglianza o persino fraternità; invece in quell'incipit del patto fondativo della nuova società italiana fu inserita la parola lavoro. Una parola umile ma forte, associata da sempre alla fatica e al sudore, e persino considerata nell'antichità come attività confacente allo schiavo, perché troppo infima. E' stato il lavoro che in Europa ha creato veramente la democrazia, grazie al grande movimento di lavoratori, uomini e (troppo poche) donne, che divennero veramente cittadini quando, abbandonando lo status di servi in una campagna ancora sostanzialmente feudale, divennero lavoratori nelle fabbriche, nelle officine, nelle scuole, negli uffici e nelle cooperative. Non tutto il lavoro fonda la Democrazia, dobbiamo ricordarlo, ma solo quello degli uomini e delle donne libere, non quello degli schiavi e dei servi., venduti dai cercatori di profitti per "due sandali", o forse meno. Una società è democratica perchè fondata sul lavoro, altrimenti la vita sociale si fonda su rendite e privilegi e quindi non è democratica. Oggi in Europa ci sono 25 milioni di disoccupati, la maggior parte dei quali giovani. La lotta alla disoccupazione deve occupare il primo posto nei nostri Paesi. Non si può barattare il lavoro con i profitti né, tantomeno, con le rendite, perché quando il lavoro è negato è in profonda crisi prima di tutto la democrazia.

Infine, una seconda considerazione sull'impossibilità di servire Dio e la ricchezza (Mammona). Non tutta la ricchezza è "mammona", ma solo quella che nasce da bilancie e pesi truccati, dalla vendita e dall'acquisto delle persone, dai privelegi e dalle rendite (che sono la vera malattia della nostra economia in crisi), da tasse non pagate, da falsità e bugie. C'è poi la ricchezza buona e civile, quella che nasce dal lavoro e dalla fatica, dal talento, dall'impresa civile, che però non diventa la "mammona" del vangelo solo se condivisa e usata per edificare il Bene comune. Solo la ricchezza condivisa è amica del vangelo, dei poveri, e quindi del Bene, perché se la ricchezza diventa possesso esclusivo e geloso diviene il principale ostacolo a capire il Regno dei cieli. Il ricco che non condivide non può servire e amare Dio e il suo Regno perché semplicemente non lo capisce, e non lo capisce perché non lo vede, troppo distratto dai suoi beni. E' questo il primo frutto di morte della ricchezza non condivisa: diventa eclisse del Regno e della sua giustizia, e quindi da bene diventa male, perché non porta felicità, individuale e collettiva.

I beni economici possono essere vie di comunione, e spesso lo sono stati e lo sono, ma non sono mai eticamente e spiritualmente neutrali: o edificano il Regno, o lo distruggono. Anche per questa ragione spirituale ed etica l'economia è importante, soprattutto in tempo di crisi, soprattutto per i poveri.

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