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«Non date la paghetta ai bambini»

«Si contribuisce ai lavori di casa perché si è parte della famiglia, non per guadagnare. Insegnamo ai ragazzi che contano le relazioni, non i soldi». L’economista Luigino Bruni va controcorrente: «La recessione? Può essere provvidenziale»

Intervista di Laura Belloni

pubblicato su Credere il 30/06/2013

Logo credere rid«Il narcisismo e il consumismo portano a desideri malati, e chi perde il desiderio “sano” cade in depressione».  Sabato 29 giugno Luigino Bruni, 47 anni, cattolico, economista fra i più noti in Italia, interviene all’iniziativa “10 piazze per 10 comandamenti”, promossa dal rinnovamento nello Spirito Santo, commentando l’insegnamento biblico «Non desiderare la roba d’altri».

 

Professore, come si fa a mettere in pratica il decimo comandamento quando tutto invita al desiderio?

«Bisogna distinguere il desiderio positivo da quello negativo. Il desiderio “buono” deriva dal latino de sidera, mancanza (de) di stelle (sidera). Si può intendere come la voglia di rivedere un cielo non più abbuiato. C’è la concupiscenza ma c’è anche la gratuità: sta a noi scegliere».

Quali sono gli altri comandamenti a cui si sente più legato?

«I primi, perché invitano a combattere l’idolatria. Oggi il mondo non è ateo, bensì idolatra: mette al centro il corpo, la finanza, il consumo. Al contrario, Dio è esperienza di liberazione da tutti gli dei e gli idoli. Poi sono  legato a “Onora il padre e la madre”: i miei genitori mi hanno trasmesso il rispetto per le persone anziane, l’essere riconoscenti. Non a caso la parola patrimonio, dunque la ricchezza, deriva da pater, che in latino significa padre. Oggi il patto di fedeltà tra le generazioni si è spezzato: è una grande perdita per tutti».

Parliamo della crisi economica e della fatica di tante famiglie a far quadrare i conti. Come cristiani, dove possiamo trovare speranza?

«Il fatto che ci siano meno soldi non è necessariamente un problema, anzi. La crisi economica è provvidenziale, può essere un’occasione per ridare il giusto valore alle cose; senza limiti si tende a volere “tutto subito”: anche nella Chiesa, se si hanno troppi soldi si rischia di fare scelte pessime».

Come è nato il suo interesse per la materia?

«Ammetto di essermi iscritto alla facoltà di Economia di Ancona non per interesse, ma perché era vicino a casa: abitavo ad Ascoli Piceno. A 19 anni non associavo l’economia ad alcuna professione particolare, ma pensavo che mi avrebbe dato lavoro».

Poi, però, è stata vera passione...

«Studiando ho iniziato a percepire che la  scelta  universitaria  che  avevo  fatto  era congeniale  alla  mia  personalità.  Più  andavo avanti più cresceva la passione. Finiti gli studi non ho avuto un percorso lineare. Ho lavorato cinque anni  in un’impresa, poi ho insegnato a ragioneria, due anni e mezzo. A 28 anni ho sentito un forte interesse per la ricerca e ho iniziato il dottorato. Poi mi ha telefonato la fondatrice dei Focolari ed è cambiato tutto».

Cosa  le  disse  Chiara  Lubich  di  così straordinario?

«Mi chiese se potevo aiutarla a dare dignità  scientifica  agli  studi  sull’Economia  di  comunione (vedi box a lato, ndr). Era l’8 maggio 1998, ricordo ancora oggi la data: è stata la svolta, scientifica e umana. Da quel momento per me occuparmi di economia ha significato occuparmi di povertà, giustizia, temi che come membro del movimento dei Focolari mi sono sempre stati molto a cuore».

Lei insegna da quasi 15 anni. Dagli anni Novanta a oggi gli studenti sono cambiati?

«I giovani sono sempre gli stessi, dimostrano fiducia nei docenti. Se parli loro di cose belle si entusiasmano, non sono cinici».

Vuole  dire  che  con  la  recessione l’approccio all’economia non è cambiato?

«Li  abbiamo  talmente  terrorizzati  sulla mancanza di lavoro, che studiano solo per trovare un’occupazione. L’approfondimento non ha più un valore intrinseco, serve solo per ottenere il titolo. Studiare, invece, è aumentare il proprio capitale umano».

Quanto  conta  il  suo  essere  cristiano nell’essere  economista  e,  viceversa,  quanto incide la  formazione di economista nel  suo essere cristiano?

«L’economia è una dimensione importante ma non fondativa della mia vita, è un mestiere. La dimensione cristiana invece è per me identitaria. Il Vangelo e la fede sono un’enorme fonte di idealità, di passione. E quando una persona ha fede riesce a occuparsi del lavoro in sé, perché l’ideale ti spinge a pensare in grande: nell’essere economista tento di dare concretezza ai fondamenti in cui credo».

Quali sono i valori cristiani che porta nel suo lavoro?

«Sono  cresciuto  con  la  voglia  di  cambiare il mondo, di “farlo più unito”, come diciamo noi focolarini. Ho capito che per fare un mondo migliore non bastano le motivazioni, bisogna insistere sulle istituzioni, cambiare le leggi. Le persone sono fondamentali per i cambiamenti, ma bisogna anche cambiare le istituzioni».

Quanto conta il denaro nella vita?

«A contare non è tanto il denaro, ma il rapporto che si ha con esso: se non è equilibrato, la ricchezza finisce per diventare padrona o serva, mai sorella».

Cosa possono fare i genitori per educare i figli a un rapporto corretto con il denaro?

«Innanzitutto, vivere loro stessi un sano distacco dai soldi, prediligendo la sobrietà: educhiamo i figli a un rapporto di libertà, non di ossessione, con i soldi. ricordiamoci poi che acconsentire alle richieste di denaro è spesso una scorciatoia per non affrontare nodi più profondi. Insegnamo ai giovani che le cose più importanti nella vita non sono i soldi ma i rapporti, le relazioni. Ogni tanto portiamo i nostri figli alle Botteghe del commercio equo solidale e non solo al supermercato».

Alle volte i genitori ricorrono alla “paghetta” per spingere i figli a collaborare alla gestione domestica. Cosa ne pensa?

«Trovo  sia  diseducativo  incentivare  i  figli con la “paghetta”: si contribuisce ai lavori in casa perché si è parte della famiglia, non per ottenere un guadagno. Il denaro distrugge le motivazioni: in casa ne circoli poco e solo se indispensabile».

Cosa  insegna  la  Bibbia  a  proposito  di economia?

«La Bibbia insegna che la ricchezza va condivisa, altrimenti si rischia l’usura, e che la ricchezza deve arrivare anche agli ultimi, compreso il forestiero: sono tanti gli episodi in cui si spiega che l’economia è uno strumento di condivisione, serve per la crescita della comunità».

E a proposito del lavoro?

«Nella Bibbia lavora Adamo, l’uomo, ma lavorano anche le donne e perfino i profeti. Per Dio lavorare è prendersi cura del creato: tutti i cristiani devono lavorare».

Oggi  la  preoccupa  di  più  l’avarizia  o  la povertà?

«L’avarizia:  sembra  diventata  una  virtù.  Il denaro poi, è sempre più il fine e non il mezzo. Nel Vangelo invece la povertà è importante, presuppone una dimensione comunitaria. Oggi si è poveri non per mancanza di soldi ma per mancanza di condivisione. E ricordiamo che perfino l’avaro è poverissimo: non spende nulla ma, così facendo, non è certo felice».

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