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Quel numero pazzesco

Economia e disoccupazione

di Luigino Bruni

pubblicato su Città Nuova n.8/2013 del 25/04/2013

DisoccupatiÈ  passato  poco  tempo  da  quando  Le  Monde  (2 aprile)  ha  riportato  la  notizia  di  un appello  di un  gruppo  di  studenti  di  economia  (pepseco.wordpress.com) per un insegnamento pluralista della economia nelle scuole e università. Lamentano la presenza di un pensiero unico e la mancanza di una prospettiva storica che darebbe, di per sé, una idea di scienza economica plurale e complessa, nella quale coesistono più visioni, filosofie, visioni dell’uomo.

 Un po’ di storia, non solo in Francia ma in tutto il mondo e da noi, farebbe scoprire, ad esempio, che è esistito un grande economista di nome John M. Keynes che di fronte alla crisi del ’29 elaborò una teoria alternativa a quella del suo (e nostro) tempo. Dimostrò che per uscire da trappole depressive – si parlava a suo tempo di “grande  depressione”  –  e  di  pessimismo  generalizzato,  c’era bisogno di interventi esterni al mercato che sbloccassero lo stallo. Il principale elemento che serve nelle gravi crisi  è  la  fiducia,  soprattutto  quella  di  sistema:  credere seriamente che non si è da soli e che le istituzioni sono con noi, tra le quali lo Stato e oggi l’Europa.

Ed  è  proprio  questa  fiducia  che  manca  oggi  al  nostro mondo  del  lavoro  e  agli  imprenditori.  Sono  sfiduciati perché vedono che oltre alle gravi difficoltà dei mercati e del fatturato, le istituzioni e la società civile sono distanti e non raramente ostili. Si sentono trattati come evasori (quando faremo una petizione per abolire quegli spot sul “parassita sociale”? Non converte nessuno e crea inimicizia sociale), vessati, confusi con speculatori e faccendieri, e sopratutto non stimati.

Senza stima e amicizia civile e reciproca non si ricrea fiducia,  non  si  crea  nuovo  sviluppo,  non  si  crea  nuovo lavoro. Quel milione di licenziati di quest’anno, un numero pazzesco che non dovrebbe darci pace, interpella le nostre coscienze e convenienze. Non creeremo nuovo lavoro senza generare nuovi imprenditori, o lasciandoli morire. Studiare meglio economia non basta, ma è necessario.

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