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Futuro incerto per l'energia in Italia

Solo nelle emergenze ci ricordiamo dell'assenza di un piano energetico di lungo periodo. Perchè questa impreparazione? Su quali settori occorre investire per non essere paralizzati da freddo, crisi, conflitti?

di Alberto Ferrucci

pubblicato su Cittanuova.it l'11/02/2012

piattaforma_petrolifera_ridQuanto sia importante disporre di energia ci se ne accorge solo quando questa viene a mancare, come è successo in questi giorni per la caduta sulle linee elettriche di alberi carichi di neve. Nel mondo di oggi senza energia elettrica quasi non si è in grado di fare alcunché, neppure ad informarsi via TV, usare un computer e soprattutto a far funzionare l'impianto di riscaldamento.

Il fatto che in Italia ci si preoccupi dell'energia solo quando si corre il rischio di rimanere al gelo, fa parte della nostra natura: contrariamente a quanto succede  in famiglia, dove siamo portati ad essere previdenti come le formiche,  nelle decisioni comuni ci comportiamo come cicale: si parla e si canta dimenticando  l'inverno che inevitabilmente arriva.

Quando negli anni settanta la crisi del petrolio ha reso evidente all'Europa la possibilità di un prolungato ricatto petrolifero,  francesi, svizzeri, danesi, tedeschi ed altri cittadini nord europei, si sono rivolti decisamente al nucleare: noi invece, anche se la prima pila atomica era stata montata da Enrico Fermi, facemmo molti piani ma riuscimmo ad avviare solo due centrali nucleari, che dopo Chernobyl grazie ad  un referendum decidemmo di fermare; forse confidando nella nostra buona stella o nelle grandi raffinerie di petrolio situate sulle nostre coste, che producevano prodotti petroliferi per tutto il mondo: almeno una parte di essi sarebbero sempre rimasti a casa nostra.

A quaranta anni da allora dobbiamo ammettere che queste decisioni a favore dell'ambiente non erano come pensavano i nostri vicini  sconsiderate, neppure sotto il profilo economico; nel costo dell'energia nucleare si dovrebbe tener conto anche dei costi di demolizione delle centrali, adesso che dopo Fukushima alcuni stanno seguendo il nostro esempio; costi che in questi quaranta anni non abbiamo pagato acquistando a prezzo ridotto di notte l'energia elettrica in esubero che le loro centrali producevano,  che noi immagazziniamo  pompando con essa l'acqua dai bacini a valle a quelli montani, per ottenere poi di giorno nuovamente l'energia elettrica che ci serve.

Metano e petrolio ci piacciono perché il nostro boom economico è nato dal gas naturale scoperto dall'ENI in valle padana  e dal petrolio libico allora a  basso prezzo; quando l'Europa impose per motivi ambientali di non produrre più energia elettrica da olio combustibile ad alto zolfo, ci affidammo al gas naturale, che grazie alla rete di gasdotti costruita da Mattei per portare in tutta Italia il gas della valle padana, poteva  convogliare ovunque anche quello reso disponibile ai nostri confini dai gasdotti russi e olandesi, che erano stati costruiti con tubi di acciaio di nostra produzione; poi per diversificare le fonti venivano collegati alla rete con arditi gasdotti sottomarini anche i giacimenti di gas dell'Algeria e della Libia.

L'ENI inoltre era tra i primi ad attrezzarsi per il trasporto su speciali navi metaniere, costruite nei cantieri di Genova, di gas naturale liquefatto a temperature bassissime; esso veniva scaricato in serbatoi presso La Spezia, per essere poi rigassificato ed immesso in rete: inizialmente si caricava in Libia, quando poi Gheddafi fece le bizze sul prezzo, si cercarono altri produttori.

Un tipo di rifornimento utile, che rispetto al gasdotto richiede meno investimenti e permette anche di cambiare fornitore, ma in Italia lo si è colpevolmente trascurato per molti anni, ritardando con motivazioni ambientali e di sicurezza facilmente superabili  la costruzione di altri terminali in Sicilia, in Toscana  ed in Puglia.

Così quando il freddo diventa intenso dall'Artico al Mediterraneo ed il nostro maggiore fornitore russo ci consegna solo quanto è impegnato per contratto, l'unico nuova fonte possibile diventa il gassificatore già operante installato presso Rovigo, che non prevede di pompare a terra gas liquefatto, ma di gassificarlo direttamente su una piattaforma galleggiante ancorata al largo, a cui attraccano le navi metaniere: una soluzione che pone meno problemi di sicurezza, ma che espone il sistema alle condizioni del mare aperto, tanto è vero che in questo periodo esso ha potuto operare solo a ritmo ridotto.

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