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Italia e Libia. Non solo petrolio

Perché i rapporti con il nostro “vicino” sono decisivi. Alcuni appunti

di Alberto Ferrucci

pubblicato su Città Nuova 09/2017 di Settembre 2017

Libia CN ridIl buon nome delle aziende italiane in Libia, oltre che alla vicinanza geografica, è dovuto alla politica di cooperazione praticata dopo la Seconda guerra mondiale dal presidente dell’Eni, Enrico Mattei.

I ministri del primo governo della Repubblica italiana decisero che Enrico Mattei, l’imprenditore chimico marchigiano che si era dimostrato uno dei più valorosi protagonisti della guerra partigiana, era la persona giusta per gestire la compagnia di Stato per l’energia: appena designato, egli bloccò la vendita alla Esso delle concessioni di trivellazione in valle padana, dove sarebbe sgorgato il metano, uno dei protagonisti del miracolo economico italiano di quegli anni.

Altro protagonista dello sviluppo economico di allora fu il petrolio, che permise di costruire in pochi anni un’industria pesante innovativa: per rendersi indipendente dalle multinazionali, allora uniche venditrici di petrolio, Mattei corse a visitare uno per uno i governi dei Paesi produttori in Africa e Medio Oriente; ad essi, che allora dalle multinazionali ottenevano solo le briciole dei profitti del loro petrolio, offrì una suddivisione dei profitti alla pari e la costruzione sul loro territorio di moderni impianti di raffinazione capaci di produrre i combustibili necessari ai consumi del Paese.

Dopo 60 anni all’estero, questa illuminata politica per il bene comune ha per l’Italia ancora riflessi positivi, mentre le raffinerie costruite in tanti Paesi da Mattei continuano ancora in buona parte a funzionare.

Una di tali raffinerie è quella di Zawyia, posta sulla costa libica a 40 km ad Ovest di Tripoli; non molto lontano da essa sorgono le splendide rovine di Sabratha, la città romana dissepolta dalla sabbia dagli archeologi italiani negli anni della dominazione coloniale, un sito poco visitato dai turisti anche negli anni di Gheddafi, il cui nome è venuto ultimamente agli onori della cronaca come zona di imbarco di gommoni pieni di umanità dolente in cerca di nuove sponde.

Qualche chilometro oltre Sabratha, verso la Tunisia, si trova Mellitah, il terminale Eni in cui confluiscono le tubazioni che trasportano il metano dei giacimenti del deserto del Sud Ovest e da cui partono quelle che lo pompano in Italia oltre gli abissi del canale di Sicilia.

L’Eni estrae petrolio anche nel mare antistante quell’area, una produzione che, pompata direttamente sulle navi, non è stata bloccata dalle bande armate della terraferma, come lo è stata quella dei grandi giacimenti di Eni e Repsol nel deserto occidentale, stabilizzandosi solo ultimamente grazie a un corpo specifico di polizia e accordi con le tribù.

A Oriente, a oltre mille km da Tripoli, vi è la Cirenaica, un mondo a parte, con capitale Bengasi, nella cui architettura è ancora evidente l’influenza coloniale italiana: la Cirenaica è un territorio vastissimo, con due piccole raffinerie, sulla costa a Tobruk e in pieno deserto a Sarir e vari porti per la caricazione del petrolio del deserto orientale.

Oltre al petrolio il deserto custodisce a 500 metri di profondità una enorme falda di acqua fossile, da cui Gheddafi ha fatto nascere un vero fiume d’acqua che con grandi tubazioni raggiunge la costa, la percorre tutta verso Tripoli e torna ad addentrarsi nel deserto occidentale per attivarvi delle coltivazioni. Un’opera gigantesca, la cui alimentazione dipende dalle pompe di estrazione poste nella zona orientale, in Cirenaica.

L’Egitto considera quest’area come suo territorio, con mire sull’acqua e sul petrolio, di cui grazie all’aumento della popolazione è diventato importatore; anche se all’Onu aveva riconosciuto il governo di Tripoli, adesso appoggia con Russia e Francia il generale Haftar, comandante delle milizie del governo locale.

Di solito la stampa considera la guerra franco-inglese che ha fatto cadere Gheddafi come ispirata dalla compagnia petrolifera di stato francese Total, per il controllo dei pozzi di petrolio: se fosse così, la Total avrebbe subìto un grande smacco, vista l’eccedenza di produzione di petrolio che si è creata negli ultimi anni per l’adozione negli Stati Uniti del fracking, l’estrazione di petrolio dalle rocce compatte.

Come ultimamente viene prospettato, sembrerebbe più plausibile che l’iniziativa bellica franco-inglese fosse motivata dal proposito di evitare che Gheddafi, in forza delle sue ingenti riserve auree, lanciasse una moneta panafricana da condividere con i 14 Paesi dell’Africa occidentale che adottano il Franco Cfa, gestito in Francia; con tale moneta, la Francia avrebbe perso molta influenza nell’area e i miliardi di dollari del Fondo sovrano libico, depositati nelle banche londinesi, sarebbero emigrati altrove.

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