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Famiglia Cristiana - 05/08/2008

L’economista Bruni: la politica come alleanza

pubblicato in Famglia Cristiana

«La tradizione classica e quella cristiana di bene comune si fondano sull’idea che la società sia un "corpo", un "noi". Siamo legati da un patto che è molto di più di un contratto, avendo in sé anche le dimensioni della philia e dell’agape».

Partono da qui le considerazioni di Luigino Bruni, professore di Economia politica all’Università di Milano-Bicocca. Autore di numerose pubblicazioni, fra le quali La ferita dell’altro. Economia e relazioni umanelink.gif (ed. Il Margine) e L’economia, la felicità e gli altrilink.gif(ed. Città Nuova), il professor Bruni spiega che «il patto di cui si parla è l’alleanza, nel senso dell’Alleanza biblica. E questo perché il bene comune è, innanzitutto, qualcosa che riguarda i rapporti tra le persone, anche se mediati dai beni, cioè dalle cose; è un bene relazionale». Intervenendo al seminario a porte chiuse promosso dal Pontificio consiglio giustizia e pace, l’economista ha spiegato bene il passaggio dalla comunità alla «immunità», cioè da «una situazione in cui si rinuncia al proprio per il nostro a una in cui il rapporto non è più tra individui, ma tra individui e beni. Il bene comune che ha in mente oggi la scienza economica si basa sulla mutua indifferenza. Ciascuno usufruisce del bene cercando di ridurre al minimo le interferenze con gli altri». 

Ci spiega meglio questo concetto?

«Il bene da "comune" diventa "immune". C’è un individualismo sempre più accentuato, la rivendicazione di uno spazio di libertà sempre più ampio. Si vuole essere liberi si usufruire del bene senza che gli altri ci disturbino. L’esempio è quello dell’autostrada: ciascuno la utilizza, la consuma secondo il linguaggio economico, senza darsi fastidio».

E questo cosa comporta?

«Si allentano i legami tra le persone e, pur continuando a parlare di beni comuni, di beni pubblici, in realtà siamo in presenza di una mutua indifferenza nella quale lasciamo al mercato e all’economia di mediare i rapporti tra le persone. Si passa dal patto al contratto. Possiamo dire che non c’è bene comune senza comunità, senza cum munus che vuol dire dono, ma anche compito. Ebbene, questa comunità, luogo di ferita e di benedizione, viene sterilizzata dal contratto. Il bene comune, come dicevo prima, diventa immune e la comunità diventa immunità. La politica, che è forma alta di agape, viene mortificata».

In concreto cosa significa?

«Significa che si cerca l’indifferenza con l’altro, il non darsi fastidio, la libertà dalla relazione comunitaria. Dal punto di vista fiscale, per esempio, questo si traduce nell’insofferenza verso la tassazione. I tre compiti principali del fisco – realizzazione dei beni pubblici, redistribuzione della ricchezza, incoraggiamento alla creazione di beni meritori con i sussidi e scoraggiamento di quelli "demeritori" con le tasse – si riducono solo al primo. Non solo: c’è poi la tendenza a trasformare questi beni pubblici in beni privati e ad allargare la visione contrattuale della società. Si parla solo di consumo e si misura tutto con la capacità di comprare. Anche l’idea della multa, per esempio, incoraggia l’idea che posso pagare la trasgressione. L’economia di mercato si trasforma allora in una società di mercato. Esattamente il contrario di ciò che predica la dottrina sociale della Chiesa».

In questo contesto si è più o meno felici?

«C’è un fortissimo individualismo. Ciò porta a un cambiamento anche del modello delle città e della forma-comunità. Non ci si incontra più, non ci sono neanche più i luoghi dove ci si può scontrare, litigare, ricominciare. Tutto diventa asettico, le relazioni vengono meno. Si vuole evitare la sofferenza e si vogliono costruire rapporti umani dove questa sia esclusa. Ma la sofferenza è fondamentale per comprendere le relazioni. Il mercato e la politica hanno la pretesa di poter costruire una società senza sofferenza, immune, come dicevo prima. C’è questa idea di poter vivere assieme senza "contaminarci", senza assillarci. Si propongono esperienze che cercano di limitare i rapporti umani profondi. Alla fine però è proprio questo tentare di sfuggire la sofferenza, che la crea».

La politica come interviene?

«La politica "buona" fa incontrare i lontani, crea comunità. Dovrebbe coltivare l’alleanza, nel senso anche cristiano di cui dicevo all’inizio, il patto in cui ci sono tutte le dimensioni e non solo quella contrattuale. Quando si arriva a quest’unica dimensione, si è visto che si è meno felici. Dal punto di vista economico, anche la felicità può essere misurata. L’utopia della modernità è quella di poter costruire una buona vita in comune senza ferite. Ma questo non è possibile. E il fatto che alla fine cresca il tasso di infelicità dimostra che questo modello non funziona».

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