L'oro alle olimpiadi di Atene, il periodo di volontariato in Kenia, il sogno
di lavorare per i sevizi sociali al servizio dei meno fortunati. Il passato,
il presente e il futuro di Maddalena Musumeci

Sul podio più alto, l’oro olimpico appeso al collo, tratti mediterranei, accogliente: il volto di Maddalena Musumeci ridona allo sport la dimensione dell’incontro, della normalità, della bellezza. E’ facile pensare a Maddalena come all’icona di uno sport genuino, limpido, senza intorbidimenti. “Ci vediamo alle 18 e 30 in piazza” mi dice al telefono “a Mascalucia, il mio paese”. Mi lascia intendere che avrò a che fare con una persona semplice, cui la luce dei riflettori non da alla testa.

Infatti eccola, puntuale, nella piazza del paese che l’ha vista crescere. Guardandola venirmi incontro, i ricordi ancora freschi della finalissima di Atene giocata contro la squadra di casa riemergono repentini e riaccendono le emozioni di quella medaglia d’oro, di quel 10 a 9 conquistato proprio negli ultimi attimi della finalissima della pallanuoto femminile. Per lei invece è tutto così normale: si presenta “Sono Maddalena ” … e si mette in ascolto.

Fra poco sarai in Kenya, ad aiutare i tuoi amici che hanno aperto una casa di accoglienza per bambini. Come è maturata in te questa idea? “E’ una semplice esperienza che durerà circa un mese. Da tempo avrei desiderato andare a dare una mano a questi miei amici che hanno avviato il progetto; a dirvi la verità mi sento un po’… in difetto rispetto a chi vive tutta la vita per gli altri. Però ho pensato che potrebbe essere di stimolo per tanti a mettere un po’ del proprio tempo a disposizione di chi è in difficoltà”

Il rispetto, l’attenzione al più debole, sono valori fondamentali nella vita di Maddalena. Importanti anche per realizzare la tua carriera agonistica? “Lo sport è una metafora della vita. Se riesci a tenere duro quando sei in difficoltà e non molli mai, alla fine ti rendi conto che questo stile lo acquisti anche nella vita. Per esempio in finale contro la Grecia, ad Atene, perdevamo 9 a 7, ma abbiamo continuato a crederci e lottare. All’ultimo ce l’abbiamo fatta! Quindi lo sport mi ha messo nelle vene la voglia di combattere fino alla fine, di non arrendermi mai. E questi valori me li ritrovo anche nella vita, nei momenti di difficoltà. Inoltre lo sport di squadra è la mia forza: sapere che la tua positività, il tuo sorriso possono essere di stimolo anche per le compagne ti fa sentire responsabile e capisci che non puoi mollare soprattutto per gli altri.”

Ma la vita insegna più con le sconfitte che con i successi. Ti è mai capitato che una sconfitta diventasse una pedana di lancio? “Certo … nella finale del mondiale 2003 a Barcellona persa contro gli USA. Ci siamo riprese perchè una nostra compagna di squadra ci ha mandato un messaggino telefonico che diceva ‘…abbiamo vinto un argento, non abbiamo perso l’oro’. Il gioco di squadra, la forza del gruppo aiuta a fare delle sconfitte una risorsa. Infatti la medaglia d’oro di Atene è iniziata proprio da quella sconfitta in finale a Barcellona. A me e alle mie compagne di squadra piace stare insieme. Siamo amiche nonostante le diversità. Capita di litigare, ma ricominciamo sempre, perché siamo unite dallo stesso desiderio di raggiungere un obbiettivo. Viceversa il volerci bene è il punto di partenza per raggiungere il nostro fine agonistico, altrimenti falliremmo sempre l’impresa.”

Maddalena ci consente di entrare un po’ dentro la sua vita, con la solita semplicità. Quale è l’ideale che anima le tue giornate, che sostiene le tue delusioni, che ti fa guardare avanti? “Per me il rapporto con Dio è molto importante … faccio parte del cammino neocatecumenale. Questa unione mi aiuta anche nello sport. Per esempio in finale ho iniziato a pregare e questo mi ha dato tanta serenità che ho cercato di trasferire alle mie compagne. La fede è il punto di riferimento che mi fa aprire agli altri”

E il futuro? “Spero di laurearmi, di entrare al tribunale dei minori e lavorare nei servizi sociali. E’ difficile ma voglio provarci. Inoltre allenerò una squadra di A2. Per me è una specie di tirocinio per vedere se riesco a rapportarmi con un gruppo. Molti pensano che non ce la posso fare perché sono troppo buona! Però è una scommessa per mettere a disposizione qualcosa di mio per gli altri.”

Che cosa diresti a chi inizia a fare sport? “Che bisogna iniziare dal sapere rispettare le regole: la puntualità negli allenamenti, la stima per gli avversari che significa rispettare gli altri anche nella vita. Poi insegnerei che l’agonismo in campo è fondamentale ma non deve mai portare a denigrare o non stimare l’avversario. Direi anche che bisogna sapere cogliere sempre il positivo che c’è nei momenti difficili e sapere andare oltre a tutte quelle cose che ammalano lo sport. Direi che ogni sportivo deve essere un educatore anche delle persone che lo guardano”.

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