Alfredo Martini
93 anni, una vita passata in bicicletta, ciclista ai tempi epici di Coppi, Bartali e Magni, poi per 23 commissario tecnico della Nazionale italiana di ciclismo con 6 campionati mondiali vinti dai suoi atleti. Ecco alcune frasi da una sua recente biografia dal titolo “La vita è una ruota”.

Il ciclismo è conoscere se stessi. Il ciclismo è una fatica da poveri: insegna a conoscersi, a capirsi, a capire e – cosa non facile – a riconoscere il valore degli altri.

La bici crea sensazioni di libertà. La bici rende liberi. È un bene sociale. Regala serenità. Grazie alla bici, noi imparavamo a conoscere il mondo: scoprivamo luoghi, incontravamo persone. E apprendevamo le regole. Andare a letto presto, svegliarsi presto, mangiare cibi sani, alzarsi da tavola ancora un po’ affamati, rinunciare persino al bicchiere di vino, riposare. E le regole, imparate, acquisite, digerite, non pesavano più. Chi fa sport, prende buone abitudini, e le buone abitudini non si perdono facilmente.

Il ciclismo, rispetto a tutti gli altri sport, ha un enorme privilegio: mentre pedali puoi sempre pensare. Anzi, pedalare aiuta a pensare, e a pensare con tranquillità, con serenità, e a prendere decisioni con saggezza. Fiorenzo Magni mi raccontava che in allenamento teneva nelle tasche un bloc – notes e una matita, e pedalando, quando gli veniva una buona idea, estraeva il bloc – notes e prendeva appunti.

Il ciclismo è lavoro: perché sulla bicicletta si ripete fondamentalmente il gesto dell’operaio alla catena di montaggio, nella ripetitività, anche nella precisione, ma con una differenza importantissima: lo si fa nella natura. Il ciclismo è sofferenza: ci si allena e si corre con qualsiasi tempo, su qualsiasi strada, in qualsiasi condizione e situazione. Il corridore nasce dalla sofferenza, che è rinuncia e sacrificio, non nasce dalla chimica o dall’alchimia. La sofferenza è una compagna di viaggio, è un’insegnante di disciplina, è una maestra di vita. Però il ciclismo non è solo sofferenza, ma anche piacere. Stai nella natura, nel paesaggio, nel mondo. Stai con la gente e nella gente. Vivi un’eterna giovinezza. E non è che gli altri, a scuola, in fabbrica, nei campi, soffrano di meno. Meglio soffrire in bici che nei campi, in bici che in miniera, in bici che nei forni.

Il ciclismo non è, e non deve essere doping. I corridori che si sono lasciati tentare da accordi diabolici e scorciatoie chimiche, hanno tradito innanzitutto se stessi, poi i loro colleghi, quindi l’intero mondo del ciclismo, cioè la gente. Con il doping il ciclismo ha fatto debiti con la sua gente, che è il suo patrimonio, la sua ricchezza, la sua ragione di essere. Al pubblico il ciclismo deve volere bene. Se i tifosi sono ancora sulle strade, è perché la fatica del corridore è sempre credibile. Mentre si è lì a pedalare e faticare, la gente sulla strada comprende quello che stai facendo. Il doping ti toglie la dignità, è un gesto di debolezza e vigliaccheria. Con il doping si possono guadagnare tanti soldi, ma sono soldi sporchi, e poi si pagano gli interessi. Altissimi. Lo pensavo già ai miei tempi. Allora come ora, bisogna sapersi allenare e correre, bisogna soffrire, saper soffrire e voler soffrire.

Sono fortunato: ho avuto tanto, forse fin troppo. Ho voluto bene alla vita. L’unico consiglio che posso dare ai giovani: adoperate il vostro tempo per fare le cose buone, non sprecate nulla, perché poi vi tocca fare il bilancio, prima che siano gli altri a farlo a voi. Non bisogna sciupare il tempo: un giorno ci si accorgerà di quanto sia passato velocemente. Bisogna imparare, imparare il più possibile per sapere cos’è la vita.

La vita è una ruota. La vita ruota. La vita è rotonda. Perché la vita è movimento. Le gioie, i dolori, i momenti di felicità e quelli di tristezza, le vittorie e le sconfitte, le nascite e le morti, i giorni e le notti. Si pedala, si tira, poi si chiede il cambio. Come in una gara a cronometro a squadre, il segreto è chiedere il cambio quando si raggiunge il massimo della velocità, non quando la velocità sta già calando.

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