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Competere, vincere e perdere: un’opportunità educativa?

Sintesi del webinar del 17.12.2020

Ciò che dà sapore al gioco e allo sport è la competizione. Ma cosa significa competere? Che valore diamo alla vittoria? Chi perde è un fallito? Perché “l’importante è partecipare”? Come si scopre e si valorizza il talento? La competizione ha un valore educativo?

“There is a crack in everything, that’s how the light gets in ("C’è una fessura in ogni cosa, è così che entra la luce”) cantava Leonard Cohen. La parola “crisi” deriva dal verbo greco “krinein”, ovvero separare. Durante una crisi, un oggetto, una realtà, si divide dando origine ad una frattura, una faglia, un’apertura che permette di vedere, di leggere qualcosa di sconosciuto fino ad allora. I greci indicavano con la parola “kairòs” il momento in cui la realtà appare ai nostri occhi in maniera inedita: lo si potrebbe tradurre con “occasione favorevole” o “momento opportuno”. Affermare che la crisi è un “kairòs” significa saperla interpretare come un’occasione per comprendere ciò che era nascosto, per cogliere ciò che non era visibile. Ogni volta che ci mettiamo in gioco siamo spaventati ed allo stesso tempo affascinati dall’idea di una nuova sfida e di poter esplorare nuove opportunità. “Non è l’assenza di problemi – affermava Zygmunt Bauman - che ci dà la felicità. Al contrario. Fronteggiare le difficoltà, di qualunque natura esse siano, mettersi in gioco per superarle, lottare per cambiare una situazione ingiusta, esplorare possibilità e scenari per scavalcare gli ostacoli, questa è l’essenza della felicità.” 

In un contesto fortemente individualistico crescono le spinte ipercompetitive, l’arrivismo sfrenato: ogni persona si sente legittimata ad avere le stesse opportunità degli altri, gli stessi desideri, le stesse ambizioni. La corsa verso la meta desiderabile si trasforma in una gara contro rivali sempre nuovi, generando una concorrenza sempre più acuta. L’altro è sempre più vissuto come ostacolo da superare per il raggiungimento dei propri desideri: in questa condizione di insicurezza permanente, crescono l’ansia da prestazione, il senso di fallimento, l’invidia sociale e il risentimento. Il riflesso in ambito sportivo risulta evidente.

Questi ed altri fattori hanno portato l’enfasi della vittoria a livelli mai registrati in passato nel mondo sportivo. Viviamo in un tempo in cui la “realizzazione di sé” è spesso così fraintesa da coincidere con un’arrogante quanto effimera “affermazione di sé stessi” e dove l’”aver fallito” viene interpretato con “l’essere dei falliti” scambiando il fallimento di un progetto per quello personale. 

Ha senso dunque parlare di una “pedagogia della vittoria e della sconfitta”? Veniamo ossessionati sin da bambini dal “vincere” sempre e comunque, atteggiamento rinforzato dall’uso smisurato della rete internet che ci mostra incessantemente modelli cosiddetti “vincenti”.  Ma cosa significa essere una persona “vincente”?  Vuol dire forse essere “conformati” alle aspettative di una società effimera, poco autentica, a volte inumana che calpesta valori, emozioni e molto spesso anche il proprio essere? Il valore “educativo” di una sconfitta sta nella sua capacità di invitare ad un’autoanalisi, a capire il sé più intimo, a comprendere in che misura le proprie azioni possono determinare gli eventi, ad aprirsi a nuove strade intentate, ad essere intraprendenti, ad acquisire life skills, fiducia nelle proprie capacità, senso pratico. Una sconfitta spinge a cambiare atteggiamento, a stimolare ed utilizzare tutti i tipi di intelligenza di cui l’essere umano è dotato, ad essere proattivi, a gestire al meglio i conflitti sia costruttivi che distruttivi per arrivare ad una crescita di consapevolezza del proprio essere. 

Nel nostro tempo, sembra che l’impegno e la motivazione personale, finalizzati alla realizzazione di sé ed alla ricerca della felicità, siano smarriti, lasciando campo libero al culto della fortuna. Tutto sembra appiattirci sul fatto che le cose sono già scritte e noi non possiamo cambiare nulla. Questo capillare sforzo di divulgazione, ad uso sedativo, ci vuole succubi della predestinazione. In tutti i campi, le prestazioni di eccellenza vengono immediatamente collegate al possesso di abilità innate, cioè all’avere “talento”, una convinzione ha un effetto devastante sui comportamenti reali: se uno nasce “poco portato” c’è poco da fare. Ci si rassegna. Con un inconfessabile moto di sollievo, perché così scansiamo le fatiche che l’impegno comporta. “Chi vince festeggia, chi perde spiega” è un’arguta massima di Julio Velasco, inimitabile allenatore della pallavolo. Questa mentalità è frutto di un ricorso improprio alla genetica che non tiene conto dell’epigenetica: essa supera l’idea che i geni abbiano il completo controllo della nostra vita, riconoscendo l’incommensurabile valore dell’ambiente. Un gene iscritto nel nostro DNA può manifestarsi o manifestarsi solo parzialmente: il suo comportamento dipende da proteine regolatrici che a loro volta sono influenzate dall’ambiente, dall’alimentazione, dagli stili di vita, dall’allenamento, dalle relazioni. E queste modificazioni, positive e negative, vengono poi trasmesse alla discendenza. Questa consapevolezza cancella la passività e l’apatia e rivaluta un bene inestimabile: la motivazione intrinseca, la spinta innata a superare gli ostacoli, all’autodeterminazione, all’essere protagonisti.

Non siamo equipaggiati per la lungimiranza: la mente umana predilige il tutto – subito, anche se di meno, all’attesa di una ricompensa, o soddisfazione, maggiore ma dilazionata nel futuro, anche prossima. Un avido presente vale sempre più di un futuro redditizio, ma incerto. La sovrabbondanza di virtuale fornisce in gran quantità risposte confezionate spegnendo lo spirito critico e la necessità di verifica: i fatti sono sostituiti dal percepito, tutto è interpretazione in un profluvio di messaggi fatti apposta per solleticare i nostri pregiudizi, le emozioni più facili e superficiali, le propensioni subliminali in un’inerzia evolutiva assai pericolosa. Saper prendere decisioni non è una dote che ci è data in abbondanza dalla natura: dobbiamo apprenderla con l’educazione e la cultura. L’arte del differire, il gusto impagabile dell’attesa, la curiosità di veder maturare le cose, vanno coltivate. Le tentazioni del presente, che alimentano la nostra radicata avidità, ci inducono a possedere ciò che non ci serve o a comperare lo stesso oggetto che già abbiamo, ma ad un prezzo maggiore. E quindi a desiderare, ma sarebbe meglio dire a “pretendere”, la vittoria in ogni competizione, intrappolati fra la consapevolezza di disporre di opportunità straordinarie (offerte dall’evoluzione e dalla tecnologia), e limiti persistenti, nel corpo, nel ragionamento, nelle relazioni sociali, nella scarsissima previdenza.

La sfida è davanti a noi: si tratta di individuare, nel gioco e nello sport, possibili percorsi virtuosi da intraprendere per affrontare con saggezza quei due “impostori”, la vittoria e la sconfitta. 

Svincolare l’autostima dal risultato, enfasi sulla prestazione e non sul successo: trasmettere il piacere del confronto, mantenendo gli esiti separati dalla stima di sé. Se non si fa superare al bambino la paura di non essere mai abbastanza bravo, passa il messaggio che ogni mezzo è lecito per evitare la sconfitta. Una competitività esagerata nasconde in un bambino il disagio di non sentirsi amato. 

Consentire un po’ di frustrazione: “Se vuoi che i tuoi figli siano felici, lascia che abbiano sempre un po’ di freddo e di fame” sembra abbia detto Socrate. Non significa esporli ad aspettative inadeguate, ma avere coscienza che le difficoltà aiutano a crescere e che un atteggiamento iperprotettivo può provocare carenze nella personalità. Dal facile sì al no costruttivo: i no, se opportunamente pronunziati e collocati, sono di capitale importanza; il non saper negare o vietare qualcosa al momento giusto ha conseguenze negative nei rapporti fra adulti (i genitori in primo luogo) e bambini e ragazzi, ma soprattutto mina lo sviluppo di identità personali autonome, capaci di assumersi responsabilità, in grado di costruire relazioni sociali aperte al confronto, capaci di competere in modo equilibrato, favorendo l’integrazione nella vita quotidiana dei valori offerti dallo sport.

Salvaguardare il diritto di sbagliare e ricominciare, relativizzare l’errore, come il gesto di valore. Lasciamo che i nostri figli siano liberi di sbagliare e di perdere: i fallimenti sono necessari per migliorare, per sviluppare l’indipendenza, per fare esperienza, per avere nuovi stimoli. Fare di ogni ostacolo una pedana di lancio nasce da una positiva educazione al difficile. La cancellazione del “diritto di sbagliare” fa sfumare l'interesse per l'attività motoria e, nelle diverse discipline sportive, fa seccare l’humus adatto per coltivare il talento. 

Insegnare a passare la palla: un gesto semplice, quasi emblematico, di uno sport a valenza educativa, è rappresentato dal passare la palla. L’istinto parla il linguaggio del possesso: il passaggio riassume il sacrificare parte del proprio ego al servizio della comunità, nasce da un’elaborazione culturale. Il rugby è maestro in questo perché insegna che da soli non si arriva in meta, che passare la palla non è solo necessario, ma indispensabile e conveniente, che non solo la palla si passa, ma che si deve pure passare solo indietro, a conferma che chi avanza sa, e ci conta, di essere sostenuto da tutta la squadra, fisicamente e moralmente, con braccia pronte a sostituirsi alle proprie. E dietro sanno che devono supportare chi avanza. 

Prendersi il tempo di ascoltare, come insegnante, allenatore o dirigente, i ragazzi ed i loro genitori; avere comportamenti responsabili, coerenti, aperti, sinceri. L'adulto nello sport è visto dai ragazzi come un modello da imitare, è un educatore che si sono scelti a differenza della scuola dove lo gli è definito da altri. I testimoni, le figure di riferimento, lontane dai blog e dalle riviste patinate, sono oggi più che mai il lievito indispensabile per costruire un presente ed un futuro migliore, anche nello sport. Lo ha ricordato Papa Francesco nel suo incontro con i ragazzi del calcio, rivolgendosi agli adulti ed in particolare agli allenatori: “Qualcuno ha detto che camminava in punta di piedi sul campo per non calpestare i sogni sacri dei ragazzi. Vi chiedo di non trasformare i sogni dei vostri ragazzi in facili illusioni destinate a scontrarsi presto con i limiti della realtà; a non opprimere la loro vita con forme di ricatto che bloccano la loro libertà e fantasia; a non insegnare scorciatoie che portano solo a perdersi nel labirinto della vita. Possiate invece essere sempre complici del sorriso dei vostri atleti!” (Papa Francesco, Mettersi in gioco)

Occorre, in sintesi, contribuire a generare un cambiamento culturale che, a partire dalla scelta di sfuggire la passività imperante che impone modelli e orizzonti preconfezionati, aiuti a prendere in mano la propria vita, riflettere, scegliere. “Non può esserci felicità senza impegno. Bisogna vivere per qualcosa, non per il solo fatto di essere nati” ci spiega Pepe Muijca.

La conclusione spetta, di diritto, ad Alex Zanardi, alla prefazione che aveva scritto, prima del suo ultimo incidente, al libro sullo sport di papa Francesco Mettersi in gioco. Eccone qualche passaggio: “Cos’è il benessere? Fortuna, successo, denaro o piuttosto saper soddisfare la propria anima […] Vediamo gli altri correre verso una meta e, nel timore di lasciarci alle spalle qualcosa d’importante, proviamo ad agganciare il gruppo senza nemmeno domandarci dove il gruppo stia andando. […] Il mondo di oggi, ipertecnologico, consumista, competitivo e in continua evoluzione, ha ramificato le strade percorribili al punto da poter anche spaventare un ragazzo che sta iniziando il suo percorso. Le possibilità sono tante e quel ragazzo, nel troppo, può anche far fatica a capire cosa sognare. Come riuscire allora? […] Indicare esempi positivi può essere la risposta che regala loro ispirazione. […] Ogni cosa fatta al meglio delle proprie capacità, rappresenta un grande gesto sportivo che ha il potere di ispirarci. [..] Possiamo aiutare i nostri ragazzi a decifrare il messaggio che molti atleti ci passano quando tagliano un traguardo davanti a tutti. […] Passione è la parola. Quella cosa meravigliosa che fa accadere le cose e che può benedire la nostra vita se le consentiamo di guidarla. Capire quanto appassionato lavoro ci sia stato dietro la lunga costruzione del gesto di un atleta, ci aiuta a spiegare ai ragazzi chi sia davvero il fuoriclasse. Un uomo che ha capito per tempo quanto importante sia percorrere con gioia il cammino piuttosto che farsi dominare dall’illusione di doverlo concludere prima degli altri.” (Mettersi in gioco, Papa Francesco)

 Paolo Crepaz

Medico dello sport, giornalista, docente in pedagogia dello sport

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